Saturday, July 29, 2006

Direttori artistici, agenti lirici e altri animali


Negli ambienti degli addetti ai lavori si lamenta da tempo la scarsità di voci significative. E' innegabile che, da anni, non sia dato ascoltare cantanti assimilabili, per qualità e statura artistica, ai vari Callas, Siepi, Cappuccilli, ecc.; ma basta dare un'occhiata ai programmi delle varie Fondazioni Liriche per rendersi conto di come, in ciascuna di esse, circolino ripetutamente i nomi di sedicenti artisti legati a specifiche agenzie.

Ergo, ogni direttore artistico ha privilegiati rapporti con questa, piuttosto che quella, agenzia lirica. E' un'idea così peregrina quella secondo cui esistono patti occulti stipulati a suon di Euro tra agenti e direttori artistici?

Dove sono finiti i direttori artistici di un tempo, quelli che audizionavano senza sosta i giovani cantanti e, soprattutto, lo facevano con cognizione di causa?

Grandi artisti, oggi ultrasessantenni, hanno raccontato di come la loro carriera sia iniziata senza bisogno di vendere l'anima e, soprattutto, la voce ad alcuna agenzia: una semplice audizione in palcoscenico, davanti al direttore artistico.

Come uscire da una situazione torbida, in cui i massimi responsabili delle produzioni arrotondano il già copiscuo stipendio con le bustarelle che le agenzie liriche fanno scivolare loro in tasca e/o creano cast a dir poco deprimenti scritturando i loro allievi di canto (ed è tutto da provare che costoro abbiano alcunché da insegnare, almeno in campo artistico) o i/le loro amanti del momento?

Personalmente, auspicherei la creazione di commissioni artistiche, formate da Artisti del Coro; Professori dell'Orchestra e Maestri di Collaboratori che affianchino i direttori artistici nella scelta, previa audizione (salvo il caso dei sempre meno numerosi mostri sacri), nella scelta dei cast. La responsabilità, così allargata, metterebbe, almeno in parte, al riparo da giochi di potere e inciuci, i quali non fanno che trascinare le Fondazioni Liriche giù per una china da cui potrebbe non esservi ritorno.

Una forma di autogestione sui generis: perché no?

1 Comments:

Blogger mekhashefa said...

Non posso darti torto, cara Madama Butterfly: tutto ciò che scrivi è perfettamente condivisibile. Ciò nondimeno, non credo sia utile, anzitutto per il bene della Musica, lasciarsi andare ad un pur sempre comprensibile pessimismo cosmico.
Come hai subodorato senza sforzi, faccio parte di un coro e conosco diverse persone che, purtroppo, svolgono il nostro stesso lavoro col medesimo spirito di chi appone timbri in un ufficio postale o vende ortaggi al mercato. Oserei dire, pur tuttavia, che tali elementi non rappresentano la maggioranza. C'è ancora chi, come me, ama questo privilegiato lavoro, tanto da considerarlo quasi una forma di sacerdozio. Ciò che spegne molti entusiasmi (e spesso anche il mio) è la constatazione di come tante potenzialità e altrettante energie vengano dissipate in modo becero ed inetto.
Il mio j'accuse è rivolto non solo alle varie direzioni, ma anche a tanti rappresentanti sindacali che, nel nobile intento di difendere i lavoratori, hanno finito per non fare più distinzioni tra i meritevoli e i mangiapane a ufo. Anche questo danneggia il Teatro.
Resto convinta che qualcosa si possa ancora fare: forse non un miracolo; ma almeno innescare un processo di lenta ed inesorabile erosione di certo malcostume.

7:04 AM  

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